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Another Way Documentario sulla slackline nel deserto del Sinai

Another Way – Linee che uniscono, invece di separare

Davide Spaccasassi e Giuseppe Di Bella sono gli slackliners protagonisti dell’avventura nel deserto del Sinai raccontata da Alice Rosano per Planet TV. Un viaggio che va oltre la performance: un invito a trovare il proprio equilibrio, ad attraversare paesaggi straordinari con rispetto e curiosità e a lasciarsi trasformare dall’incontro con luoghi, persone e culture diverse. Crediti foto: Alice Rosano Director & Producer PlanetTv Productions.

Ma siamo sicuri che nel deserto ci sono montagne?!

Questa è stata la mia reazione, e quella di tanti altri, quando per la prima vota Peppe e Alice mi hanno parlato di questo progetto: “Andiamo nel deserto a montare le prime highline in Egitto!”

Non c’era un piano dettagliato. L’unica certezza era il desiderio di leggere il Sinai con il nostro linguaggio di camminatori celesti, di ridare una nuova narrazione sportiva e di comunità a quei luoghi ridotti a immagini rapide, a racconti incompleti. Another Way appunto.

L’Egitto, per molti, è uno di questi luoghi. Resort e Piramidi. Eppure bastava poco per intuire che dietro quella superficie arida esisteva altro. Qualcosa di più profondo, meno accessibile, ma proprio per questo necessario da cercare.

Il team era pronto ad affrontare l’ignoto: otre ad Alice, mente e occhi del progetto, due slackliner italiani e una videomaker finlandese, oltre a Timo, il nostro Cicerone ormai adottato per amore dall’Egitto. Scaltro e attento conoscitore della geografia, della lingua e della cultura locale, fin da subito ci citava luoghi dalle verticalità imponenti di cui a mala pena riuscivo a ricordare il nome. Timo sapeva come muoversi nella giungla socio-culturale del Sinai e portare degli stranieri in zone isolate, spesso fuori da ogni tracciato, è un rischio anche per chi vive lì. Ancora prima di raggiungere il deserto, era chiaro che il confine che stavamo attraversando non era solo geografico. Era culturale, umano.

Another Way Documentario sulla slackline nel deserto del Sinai

Il primo tragitto verso la nostra prima meta non lo potrò mai scordare. Alle primi luci del giorno ci aspettava un mini van che ci avrebbe portato nel giro di un paio d’ore in un crocevia tra una “strada asfaltata” e una sorta di traccia nella sabbia. Li c’era ad aspettarci il nostro primo contatto con i Beduini: Barakat, un giovane consumato dal sole, con il suo trentenne Toyota Landcruiser di cui andava fierissimo.

Ci trasferiamo al suo interno con bagagli e attrezzatura per allestire il campeggio su un’altro pick-up, sempre degli stessi anni. Quell’emozione che all’inizio percepivo timorosa per l’incognito del momento, si è subito mutata in stupore per l’orientamento di questi custodi del deserto. I beduini lo abitavano con una naturalezza disarmante. Si muovevano nel paesaggio come se ne facessero parte, leggendo dettagli invisibili, seguendo logiche che non avevamo ancora imparato.

All’inizio eravamo estranei, figure di passaggio che osservavano con curiosità ma senza coinvolgimento. Poi qualcosa ha iniziato a cambiare, non in modo evidente, ma progressivo. Una fiducia che si costruiva senza dichiarazioni, attraverso gesti concreti. Perché nel deserto la fiducia non è un concetto astratto, ma alla base dell’organizzazione delle Tribù di Beduini nella gestione di questo territorio abitato dall’alba dei tempi. È una condizione necessaria.

Another Way Documentario sulla slackline nel deserto del Sinai

Senza di loro, non saremmo andati lontano.

Ed eccoci già con i piedi nella sabbia. Una sabbia sapiente, piena di storia e di cultura, soffiata dal vento fin dall’alba dei tempi, che ha scolpito roccia e culture. Un’inaspettata roccia granitica, rosea, scagliosa e ardente ci aspettava nel canyon di Wadii Shellall. Wadii in
egiziano vuol dire proprio canyon e di wadii ce ne sono tanti, per tutti i gusti, uno più selvaggio e desolato dell’altro.

Il primo scouting qui è stato intenso. Le ore centrali del giorno erano dominate dal sole. L’aria si fermava, il tempo rallentava. Ogni movimento sembrava pesante. Sembravamo aver trovato quello che stavamo cercando, ma l’apertura di una via più lunghezze ha reso il tutto più lento. Questa attesa attiva, tra ricerca, preparazioni e montaggi, stava facendo fermentare il desiderio per quella linea che iniziava a prender forma davanti ai nostri occhi. Una dichiarazione era la nostra, non tanto tecnica, quanto simbolica.

Another Way Documentario sulla slackline nel deserto del Sinai
Astra Felpa Ande

Astra Felpa
Felpa in cotone elasticizzato

Yosemite Pants Ande

Yosemite Pant
Pantalone in denim ultra-elasticizzato

Il momento in cui tutto è pronto supera spesso ogni aspettativa. Fare il primo passo su una highline del genere vuol dire credere in una visione diversa, a una lettura che va oltre le barriere culturali e politiche. Non riguarda più il viaggio, ma il singolo atto. E quando quel passo avviene, tutto il resto si dissolve, e resta solo l’equilibrio, il silenzio, il vuoto.

Il ritorno al suolo riporta con sé il rumore. Una voce che rompe il silenzio, una risata collettiva, una frase gridata da lontano dai Beduini: “Craaaaaaazy Italians”. Un momento leggero, quasi ironico, che restituisce proporzione, che ti riporta al motivo per cui siamo venuti. E in quell’istante diventa chiaro che la linea non è mai stata il vero obiettivo, ma solo il mezzo, un pretesto per entrare in relazione con il tessuto locale. Eppure bastavano il gioco, le cadute, le risate e perfino i momenti di frustrazione per capirsi. Era un linguaggio universale, che superava le parole. Così, giorno dopo giorno, la distanza iniziale si dissolveva, fino a quando ci hanno accolto dandoci un nome arabo: Peppe era Salem ed io Abdallah.

Another Way Documentario sulla slackline nel deserto del Sinai

Da lì, con qualche problema gastro-intestinale, il viaggio è proseguito attraverso luoghi sempre diversi.

Una miniera abbandonata, immobile nel tempo, che faceva riemergere il passato coloniale Inglese. Polvere, metallo, silenzio. Non c’era nessuno, fino a quando iniziamo a camminare. Sentiamo delle pietre che colpiscono la lamiera, degli urli. Piccole mani polverose e faccine sporche. Giovanissimi operatori, di quella miniera che sembrava impossibile potesse ancora funzionare, si avvicinano incuriositi. Vogliono provare. Eravamo sulla strada giusta.

Ma non volevamo accontentarci, cercavamo l’estetica, quel posto che per noi camminatori sospesi rimane imperfetto fino al momento in cui non disegni una linea tra quei due punti. Volevamo cogliere l’essenza del deserto.

Ci ha trovati a Wadi El Matamir dove una torre di arenaria spiccava nel paesaggio, ci stava aspettando. Roccia fragile, modellate dal vento. Spazi delicati, che richiedono attenzione e rispetto.

Muoversi lentamente, ascoltare ogni appoggio in questi templi di arenaria, dove la difficoltà non era salire, ma trovare una via per tornare indietro. L’eleganza di questa linea ci ha scossi, mettendo in luce la fragilità dell’equilibrio umano, impotente nell’immensità del paesaggio. Una vastità difficile da comprendere, dove il sole e la luna sembravano ancora più presenti e possenti.

La luna qui scandisce i ritmi. Nelle buie e fredde notti fa da padrona nell’immensità del deserto, quel posto irraggiungibile e per questo cosi desiderato. Con l’avvicinarsi della fine cercavamo qualcosa di simile, un luogo apparentemente inarrivabile: non fermarsi a quanto
già vissuto, ma cercare qualcosa di più selvaggio, più essenziale e più legato alla montagna. In altre parole, il tocco finale che avrebbe completato l’esperienza.

L’ultima linea ha preso forma in un luogo diverso da tutti gli altri. Più alto, più severo. Un ambiente che richiedeva non solo concentrazione e rispetto, ma anche una logistica e pianificazione maggiore rispetto alle altre.

Another Way Documentario sulla slackline nel deserto del Sinai

L’incontro di una donna è riuscito quasi a far passare la bellezza di questo posto in secondo piano. Una donna con lo sguardo di pietra e dalle rughe scalfite dal tempo e dalla resilienza nel decidere di abitare quei luoghi spesso raccontati attraverso conflitti e instabilità. Una vita passata a costruire un luogo difficile da abitare, fuori da qualsiasi logica economica a cui siamo abituati. Agio e confort non esistevano nel suo linguaggio.

Con un arabo che quasi stentavano a capire anche i Beduini, condito da una sigaretta dietro l’altra, ci raccontava di come aveva rotto ciascuna pietra che faceva parte di questo bivacco tra le montagne di Saint Catherine. Eravamo sopra a uno dei luoghi di culto più importanti del pianeta.

Forse è stato in quel momento che abbiamo compreso il significato di questo viaggio. Non più una sequenza di luoghi o di imprese, ma un processo di avvicinamento, alle persone prima di tutto. Il resto era un mosaico di dettagli: calore, polvere, gesti, luci, silenzi condivisi.

Alla fine, ciò che resta non è una lista di risultati. È una trasformazione sottile, un modo diverso di guardare, di ascoltare, di entrare in relazione.

Il viaggio si è concluso, come accade sempre. Ma alcune linee continuano a esistere.
Non visibili. Eppure reali.
Linee che uniscono, invece di separare.

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