Tra vento tagliente, pioggia incessante e pareti ghiacciate, il nostro ambassador Pietro Saggiante ha vissuto un’avventura autentica nel cuore più selvaggio della Scozia. Un viaggio nato quasi per gioco che si è trasformato in una vera spedizione sul Ben Nevis, dove ogni salita diventa sfida.
Tutto è iniziato un settembre qualunque a Lecco. Sandro, mio compagno di cordata e di mille avventure, era venuto a trovarmi per salire un paio di vie tra Grigna e Medale. Tra un tiro e l’altro, gli lancio l’idea:
“Ascolta Sandro, ma quest’inverno… e se andassimo a vedere com’è fatto ‘sto Ben Nevis?”.
Lui non se lo è fatto ripetere due volte: “Andiamo a vedere che aria tira sulle Highlands! Sarà un bell’allenamento per le Alpi.”
La spedizione è diventata ufficiale con l’acquisto dei biglietti per Edimburgo: da lì non si torna più indietro. Capiamo subito che non sarà la solita scalata su misto a cui siamo abituati sulle Alpi. In Scozia la roccia è incrostata da strati di ghiaccio e i friend servono a poco; così ci siamo muniti di un arsenale di eccentrici, terrier, bulldog e pecker.
Venerdì 23 gennaio
Atterriamo a Edimburgo. Piove. È quella pioggia che ti entra nelle ossa e che — spoiler — non ci avrebbe abbandonato più. Dopo tre ore di guida e un paio di rotonde prese contromano, arriviamo a Fort William. Ci sistemiamo al Glen Nevis Youth Hostel e in serata scendiamo al pub per incontrare un amico di Sandro, reduce da quattro giorni di arrampicata sul Ben.
I suoi consigli sono incoraggianti come un film horror: “Meteo pessimo, non si capisce dove siano le vie, condizioni al limite.”
Sandro mi guarda: “Beh, almeno dicono che aumenterà il vento, così calano le temperature!”
Io: “Ottimo, così invece di annegare, moriremo congelati.”

Sabato 24 gennaio
Saliamo verso il rifugio CIC Hut avvolti in una nebbia che non permette di vedere a un palmo dal naso.
“Sandro, hai idea di cosa fare oggi?”
“Boh, non capisco l’orientamento della parete e, non vedendo nulla, non so cosa possa essere in condizione.”
Dopo aver interpellato un paio di persone nei pressi del rifugio, ricevendo la solita risposta (“Neve, visibilità zero e… sì, soffia un bel vento”), riusciamo a importunare una guida locale. Ci dà due dritte e ci consiglia il Gully Number Five con uscita sulla Ledge Route (II). Dopo una classica cresta di neve, in balia della bufera, arriviamo in cima al Ben Nevis schiaffeggiati dal nevischio, in un whiteout totale, seguendo il GPS come fosse l’unica ancora di salvezza.
Domenica 25 gennaio
Decidiamo di alzare l’asticella sul Douglas Boulder. Attacchiamo una via di grado V 5. Sandro parte su una rampa di neve cementata e prova a attrezzare una sosta, ma gli eccentrici scivolano via dalle fessure ghiacciate. Lo sento urlare: “Sosta fatta! Ma non ti appendere, è su una picca e un bulldog precario!”
Io: “Tranquillo, non cado, giuro.”
Capito che non sappiamo ancora gestire le protezioni in quel contesto, ripieghiamo sulla South West Ridge (III). Alla prima sosta incontriamo due scozzesi che ci svelano l’arcano: “Dovete martellare gli eccentrici nelle fessure per spaccare il ghiaccio!”
Rivelazione.
Da quel momento, ogni protezione diventa degna di questo nome. Raggiungiamo la cima del Douglas Boulder e, dopo una doppia su uno spuntone con un cordone che tendeva a scalzarsi, scendiamo nel South West Gully verso Fort William.
Lunedì 26 gennaio
Il vento sale a 120 km/h. Al CIC Hut non esce nessuno. Noi, con l’entusiasmo che hanno solo i giovani (o gli incoscienti), puntiamo alla Green Hollow Route (IV 4) sulla First Platform. Appena fuori, la neve sparata dal vento ci colpisce con la violenza di una sabbiatrice industriale. Sandro affronta il primo tiro con uno slego da brivido su una lingua di ghiaccio e roccia.
“Com’era?” gli chiedo in sosta.
“Diciamo che non è il momento di cadere.”
Parto io per il secondo tiro, ancora meno proteggibile del precedente. Attrezzo una sosta su due dadi e recupero Sandro. Tocca di nuovo a lui, sale il tiro chiave senza alcun problema; mi recupera alla fine della via su uno spuntone incollato dal ghiaccio. La discesa è un thriller: disarrampicata slegata su pendii a 80° e risalti ghiacciati, con il vento che prova a farti decollare come un aquilone.

Martedì 27 gennaio
Capiamo finalmente la filosofia locale: in Scozia si scala sempre, la vera bravura sta nel distinguere il “brutto tempo” dal “veramente brutto tempo”. Quel giorno il vento portava via le pecore. Arriviamo al CIC Hut ma è impossibile persino stare in piedi. Forse qualche gully di II o III grado sarebbe fattibile, ma dopo una valutazione più approfondita decidiamo di rinunciare. Torniamo all’ostello amareggiati e pieni di dubbi.
Mercoledì 28 gennaio
Finalmente, il miracolo. Il Ben Nevis si concede. Cielo blu, montagne che brillano come giganti himalayani e i fiordi che si insinuano tra le Highlands. Puntiamo al Coire Na Ciste per attaccare Lost Place (V 5). Dopo un avvicinamento esposto, scaviamo un terrazzino su un pendio a 80° all’attacco della via.
Sandro sale il primo tiro, incrostato di neve e poco proteggibile. Parto io per il secondo: classico slego sopra la sosta, proteggo con un pecker e un dado, poi un traverso molto delicato. Trovo un chiodo marcio e, nel dubbio, lo integro con un altro dado; rimonto uno strapiombello, salgo per una decina di metri e faccio sosta alla base di un camino. Sandro affronta il tiro chiave: un camino intasato di neve e verglas.
Lo vedo lottare con i ramponi in “spalmo”, un passo atletico ed è fuori.
“Vedi che ne valeva la pena?” mi grida dalla cima.
Aveva ragione. Dopo quattro giorni di schiaffi, quel sole sapeva di vittoria.

Giovedì 29 gennaio
Il meteo torna alla “normalità”: cioè uno schifo. Chiudiamo in bellezza su Cutlass (VI 7). Parto io su un tiro facile per portarmi alla base del diedro che sognavamo da cinque giorni. Recupero Sandro, tocca a lui: sale il diedro, inizialmente molto fisico, con un’uscita delicata su piccoli agganci. Trova una sosta in puro stile scozzese: un pecker arrugginito e un dado marcio.
“Sandro, tiene?”
“Fidati, è Scozia!”
Riparto io in un camino, meno difficile del previsto; cerco di proteggere al meglio e, schiacciato tra le pareti, striscio fuori fino a una cengia, dove sosto su un masso. L’ultimo tiro facile ci conduce sulla South West Ridge. Scappiamo giù in doppia da uno spuntone tenuto fermo dal ghiaccio mentre il vento riprende a urlare.
Corriamo a Fort William per l’ultimo brindisi con pinte di birra e whisky. Siamo tornati interi, più esperti e con una certezza. Come diceva Rebuffat: “Prima del Ben Nevis si è alpinisti, ma è lì che si diventa montanari”.
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