Massimo Cappuccio, guida ambientale e fotografo, ha attraversato a piedi il Larkya La, uno dei passi più lunghi dell’Himalaya nepalese. Ad un’altitudine di oltre 5000 metri, è il punto più alto del Manaslu Circuit Trek. Questo è il racconto della sua avventura. Crediti foto: Massimo Cappuccio.
Camminiamo nel buio da ore, con il fascio delle luci frontali che si perde nella polvere gelata del sentiero; sono le tre del mattino quando lasciamo il rifugio e a questa quota, ogni gesto richiede attenzione. Il freddo secco taglia la pelle e il respiro si accorcia.
C’è quella sensazione difficile da spiegare, una sorta di leggera ebbrezza dovuta alla quota, al sonno che manca, alla fatica che rallenta i pensieri, costringendoti a restare sempre all’erta.
Si va avanti piano, senza forzare, trovando un’armonia tra respiro e passo: pochi movimenti sul ripido sentiero, una pausa e poi ancora avanti.
E così, poco alla volta, la notte comincia a cedere.

Le prime luci arrivano lentamente, quasi senza accorgersene, ma cambiano tutto.
Le montagne emergono dal buio, prendono forma e quello che fino a poco prima era solo fatica diventa spazio e i primi raggi iniziano a dare forma al paesaggio. Intorno, una distesa di cime selvagge che incombono silenziose.
Raggiungiamo il Larkya La, a 5106 metri, che il sole è già alto. Al passo siamo soli, il vento sibila tra le bandiere di preghiera e i corvi volano alti a vegliare su di noi. Siamo soddisfatti per averlo raggiunto, ma sappiamo bene che non è una conquista né una performance sportiva, ma uno di quei passaggi che restano perché danno misura al tuo cammino.
La giornata non è ancora finita e ci rimettiamo presto in marcia.

La discesa si allunga più del previsto e diventa lenta, faticosa, quasi ipnotica.
Il corpo comincia a sentire tutto insieme: la notte insonne, i giorni di cammino, la quota che si fa ancora sentire. Nel pomeriggio la nebbia sale e il vento diventa più freddo di quello della notte, il terreno si fa instabile e nei tratti innevati si sprofonda fino al ginocchio, costringendo a trovare continuamente un nuovo equilibrio.
È proprio in momenti come questi che capisci quanto sia importante non dover pensare anche a quello che indossi, perché il corpo è già impegnato altrove.
I capi più caldi si rivelano essenziali, il piumino e i pantaloni tecnici tengono il calore senza appesantire e proteggono dall’umidità e dal vento nelle ore più esposte. I bastoncini accompagnano il passo, soprattutto nei tratti più instabili, leggeri ma solidi, quasi a scomparire tra le mani, mentre lo zaino, leggero al punto da quasi non sentirlo sulla schiena, ma capiente il giusto per un trekking come questo.
Sono dettagli, ma in alta quota sono proprio i dettagli a mantenere l’equilibrio.

Il Manaslu ha un ritmo diverso rispetto ad altri trekking himalayani. Abbiamo incontrato pochissimi altri trekker lungo il percorso, raramente più di venti persone lungo la stessa tappa e grazie a un ritmo di cammino più naturale, abbiamo goduto in piena solitudine del percorso e dell’ambiente montano e questo cambia profondamente il modo di vivere il cammino, rendendolo più silenzioso, più genuino.
In questo trekking si fa sosta lungo i piccoli villaggi di cultura tibetana disseminati lungo le sponde della Budhi Gandaki, non sono solo agglomerati di teahouse per ospitare trekker e alpinisti, ma veri villaggi di pastori che vivono in alta quota. Tra questi, quello che ci ha colpito di più è stato Sama Gaon, a 3500 metri.
Un villaggio di pietra e legno, attraversato da vicoli stretti e piccoli torrenti, con le case che si affacciano su cortili dove si aprono le stalle. Case e stalle, uomini e animali in stretta convivenza, a condividere la vita quotidiana delle terre alte. Yak, asini, galline, poche persone.
Un luogo essenziale.

Quello che colpisce non è solo la sua forma, ma la sensazione di autonomia: sembra un mondo che si regge da solo, costruito su ciò che serve davvero, senza bisogno di altro. Non c’è spazio per il superfluo e, proprio per questo, non sembra mancare niente.
In montagna questa sensazione ritorna spesso.
Le cose si semplificano, si riducono all’essenziale, e in questa essenzialità c’è una forma di bellezza che difficilmente si incontra altrove.
Una bellezza fragile, che in alcuni punti comincia già a cambiare, lasciando intuire quanto sia sottile l’equilibrio tra ciò che resta e ciò che arriva.
Andare in montagna, per me, è cercare la bellezza dei paesaggi e ritrovare l’essenzialità della vita.
È un modo per entrare in relazione, attraversare senza lasciare traccia, chiedendo in qualche modo il permesso di passare. Si accetta anche la durezza quando arriva e si resta grati per la possibilità di essere lì, dentro a qualcosa che non ci appartiene.
Forse è proprio questo, alla fine, l’equilibrio.







