di Roberto Crippa
L’idea era quella di puntare a raggiungere e superare il muro dei 400 chilometri con un’Ultratrail condotta in tappa unica non-stop, in solitaria, con alcune basi vita, da portare a termine nel minor tempo possibile. Un grande viaggio: da Lecco a Siena. Un viaggio che alla fine si è rivelato molto più lungo del previsto: 438 chilometri coperti in 126 ore, 17 minuti e 6 secondi.
È stata un’avventura pazzesca, che non dimenticherò. Alla fine, quasi cento chilometri in più della volta precedente: la Lecco-Pisa di 340 chilometri. Prima ancora, restando a questa serie di Ultra partite tutte all’ombra del campanile di San Nicolò, il “Matitone” dei lecchesi, c’erano state la Lecco-Bormio, e in sequenza la Lecco-Genova – via più breve per arrivare dalla riva del nostro lago a quella del mare – la Lecco-Venezia e, appunto, la Lecco-Pisa.
Un crescendo di chilometri ed emozioni tra le storiche Repubbliche marinare, sempre accompagnato da Ande, sinonimo di sport e avventura, esattamente ciò che mi ha spinto a cercare di raggiungere questi obiettivi, aggiungendo ogni volta chilometri al mio record personale.
Da Lecco a Siena attraversando tre regioni e dieci province: cinque giorni e sei ore, cinque notti senza dormire, un’Ultra intervallata solo da microsonni della durata media di 10 minuti, completamente saltati negli ultimi due giorni per contenere i tempi e riuscire ad arrivare nella mitica Piazza del Campo entro fine della domenica.

Alla fine stavo bene e avevo ancora energie da spendere. Non è stato così all’inizio: crisi progressiva attorno ai cento chilometri, in provincia di Cremona, non riuscivo a mangiare, nausea anche per il grande caldo, arrivato attorno ai 34 gradi, ma sono sempre riuscito a bere. E questo, unito al savoir faire di mia moglie – che ormai conosce i punti deboli del marito-atleta – ha fatto sì che poi ricominciassi anche a mangiare.
Bere e mangiare uguale “benzina” per il corpo, uguale “motore” che riesce a macinare pianure e colline fino ad arrivare ad affrontare gli Appennini.
I 3.700 metri di dislivello positivo, alla fine sono diventati 4.857, questo perché ai 400 chilometri tracciati prima della partenza, se ne sono aggiunti 38, portando questa lunga avventura a concatenare 10 maratone (e poco meno di un’altra mezza maratona) percorse consecutivamente.

Un’aggiunta – quella dei 38 chilometri – dovuta a più ragioni. Anzitutto tracciare un percorso (sulla carta) implica comunque che quest’ultimo nella realtà quasi sempre si riveli poi più lungo.
Basti pensare ad una grossa rotonda: il tracciato la taglia a metà come una torta, in realtà affrontandola occorre girarci attorno. Moltiplicate questa circostanza per 400 chilometri, aggiungendo ogni curva arrotondata – e qualche errore di percorso da correggere strada facendo – e il gioco è (quasi) fatto.
Nel mio caso, una strada rivelatasi troppo pericolosa e impercorribile a Porretta Terme (Bologna), ha fatto sì che per superare l’ostacolo abbia dovuto scavallare un’altra montagna, salendo a quota mille metri e ridiscendendo dall’altra parte, in Toscana.

E’ stata un’avventura pazzesca, bellissima anche da preparare, nel corso dei due anni che l’hanno separata dalla Lecco-Pisa, con allenamenti ininterrotti, massacranti soprattutto per il tanto sole dell’ultima estate, ma portata a termine probabilmente per due ragioni su tutte: una cura dell’alimentazione che in passato era stato il mio tallone d’Achille, e la determinazione che mi ha sempre spinto, anche nei momenti fisicamente e psicologicamente più difficili da affrontare.
Tutto questo – ma non solo – è stata la Lecco-Siena. Ecco perché non la dimenticherò, come la mia famiglia, che come al solito mi ha supportato, come gli amici del “Franz Team” che mi hanno aiutato, e come Ande che ha creduto sin dall’inizio anche in questa incredibile avventura.
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