di Erik, VEL la Libreria del Viaggiatore di Sondrio
Robert Moor nel libro Percorsi scriveva: ”Se un sentiero esiste vuol dire che qualcuno lo ha percorso”.
È una frase banale, ma ricca di significato!
Da questo presupposto nasce lo spunto per cui anche la Gran Via delle Orobie (GVO) doveva, per forza di cose, avere un inizio e una fine.
Siamo nelle Orobie Valtellinesi, dove molti sentieri hanno un inizio ma NON una fine, per il semplice motivo che — come un dedalo di torrenti che si formano quando l’acqua scorre ma svaniscono in sua assenza — la traccia si perde facilmente nel nulla.
Ogni sentiero racconta una storia, ma alcuni di essi ci riescono meglio di altri. Mi basavo sull’ipotesi che, se venivano tracciati, c’era qualcosa che valeva la pena raggiungere e la GVO era uno di questi se non questo per eccellenza.
La GVO nasce come sentiero Bruno Credaro. Nel 1982 venne pubblicata la prima carta escursionistica in scala 1:50.000 e nel 1985 uscì una prima guida curata, per conto del CAI Valtellinese e della Fondazione Luigi Bombardieri, da Antonio Boscacci.

Questa fu l’occasione per individuare e tracciare il sentiero che percorre in quota, longitudinalmente, tutta la catena delle Alpi Orobie, dal Monte Legnone al Passo dell’Aprica. L’itinerario sarebbe divenuto poi la “Gran Via delle Orobie Valtellinesi”. La più lunga e, a mio avviso, la più impegnativa della Valtellina. L’itinerario ha fatto da apripista per la valorizzazione escursionistica del nascente Parco Regionale delle Orobie Valtellinesi, un’istituzione fortemente voluta e promossa dal Club Alpino Italiano.
Percorrere questa Gran Via nella sua totalità era il classico sogno nel cassetto che ogni tanto aprivo e puntualmente richiudevo.
Gli ultimi dieci anni li ho in gran parte dedicati allo studio di questo percorso, inanellando possibili e inimmaginabili sentieri orobici e concatenando varie vallate che portavano alla GVO, si sovrapponevano a essa o vi finivano.
Più la frequentavo e più mi sentivo parte di un contesto e di un ecosistema ambientale unico nel suo genere, con piante, animali, torbiere e rocce, di nascita e formazione, tipiche ed esclusive della zona.
Due anni fa conobbi Nacho Dean, un ragazzo spagnolo che fece nel 2013 il giro del mondo a piedi. Riuscì nell’intento di ultimarlo, nell’arco di tre anni, 33.000 km e 12 paia di scarpe, partendo e ritornando a Madrid.
Con Nacho condivido la passione per la montagna e la fame rapace d’avventura così come l’idea di percorrere insieme questo lungo sentiero.

Nasceva ora l’idea di creare un gruppo che fosse il più possibile coeso, eterogeneo e adeguato allo scopo. Adottai il “metodo Shackleton”, ovvero, le componenti per renderlo funzionale dovevano essere un mix tra: ottimismo, spensieratezza ed umorismo.
Avevo alcuni mesi per organizzare e fare ordine alle priorità tenendo presente che il tracciato era lungo più di 160 km con 12.500 metri di dislivello positivo. Gli aspetti più critici nell’analisi operativa erano essenzialmente quattro: approvvigionamenti, pernottamenti, stato del sentiero e meteo. Ma se i primi tre elementi erano più o meno ponderabili, l’ultimo era affidato completamente alla sorte.
Partendo dal primo fattore, per lunghe tappe di circa 20 km e 1600 metri di dislivello positivo di media essenziale era il carico dello zaino seguendo il concetto:”meno peso, più distanza”. Quindi la soluzione ottimale era avere provviste solo ed essenzialmente per ogni singola tappa con abbigliamento essenziale e piccole altre carabattole di poco peso; il tutto in uno zaino versatile di 30 litri di capienza.
Per soddisfare questa scelta, mi ero posto nella condizione di salire nei vari rifugi giorni prima del nostro arrivo, così da portare il necessario per la cena, la colazione e l’eventuale pranzo della tappa successiva. Tenendo altresì presente che, se dovessi suddividere le Orobie Valtellinesi in tre settori: occidentale (Val Lesina-Val Tartano), centrale (Val Madre-Val d’Ambria) e orientale (Val Caronno-Val Belviso), più procedevo verso oriente, meno punti ricettivi trovavo.
Sistemata la parte logistica, rimaneva la parte sentieristica, un vero e proprio nervo scoperto lungo tutta la spina dorsale orobica. Ogni perlustrazione estiva si traduceva in un report e in un’analisi della situazione dei sentieri che venivano condivisi con i tecnici del Parco delle Orobie Valtellinesi. Il famoso termine “ravano” nasce anche da questo fattore: sentieri poco praticati e una segnaletica assente o insufficiente, mettono l’escursionista nelle condizioni di uscire spesso dalla traccia, per poi ritrovarla a poca distanza, se fortunato, altrimenti dopo ore di cammino.
Si dice che la fortuna aiuti gli audaci, e il meteo per tutto il corso delle otto tappe ci è stato favorevole sino all’ultimo miglio…ma devo ammettere che, prima del nostro passaggio di fine agosto, le piogge torrenziali delle due settimane precedenti avevano completamente trasformato la morfologia di alcune vallate (Val Caronno, Val Malgina, Val d’Arigna in particolare) distruggendo ponti e strade e cancellando ogni traccia di sentiero. Quelle vallate tornavano ad essere un rebus di accessibilità e percorribilità.
Lo spirito indomito del gruppo fece sì che questi ostacoli si trasformassero in piccoli e ripetuti allenamenti per le salite successive e poi ancora per le impervie discese susseguenti.
Ancora una volta lo spirito di Shackleton aleggiava su di noi!

L’esperienza della Gran Via delle Orobie è una sensazione che ricorda per filo e per segno il cosiddetto “effetto del terzo giorno”, studiato da David Strayer, psicologo dell’Università dello Utah, che fa sì che l’organismo a contatto con la natura si rigeneri e si riequilibri dal punto di vista della circolazione, del sonno, dello stress e dell’umore, con la piccola differenza che, all’ottavo giorno, alcuni compagni ventilavano l’idea di ripeterla in senso contrario… L’ubriachezza dei ravani orobici e dell’alta quota fece il suo effetto…
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