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Ande- Questione di equilibrio

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Climbing The American Dream: The Nose

CLIMBING THE AMERICAN DREAM – PART 1:
THE NOSE

Passione, montagna, rispetto e cultura. Questi i principi fondamentali con cui Ande, ogni giorno, lavora e studia le migliori soluzioni per accompagnare, ovunque nel mondo, gli amanti delle attività outdoor. Come Silvia e Stefano, guide alpine entrati a far parte del team Ande nel 2021, che hanno realizzato il loro sogno più grande nel mese di novembre: El Capitain. Un viaggio nel quale hanno potuto testare una parte dei prodotti Ande nel loro territorio di destinazione principale: la roccia. Siamo felici e orgogliosi di aver potuto supportare Silvia e Stefano in questa meravigliosa esperienza. Abbiamo chiesto loro di raccontarcela per farci vivere, sin dove possibile, tutte le loro emozioni. Buona lettura!

Mentre guidi nella Yosemite Valley e all’improvviso ti trovi davanti El Capitan illuminato dalle prime luci dell’alba il primo pensiero che ti viene in mente è: “ma è liscissimo, sembra impossibile poterlo scalare!”. Poi guidi fino alla sua base, lo guardi con il binocolo, lo confronti con la relazione, e ti sembra ancora più liscio di prima!

Qualche giorno dopo ti ritrovi alla sua base con la lampada frontale, pronto per iniziare l’arrampicata, un po’ intimorito inizi a muovere i primi passi, ti senti a tuo agio, il sole inizia a sbucare dal fondo della valle e come ogni parete che prima sembrava liscia ed impenetrabile tutto inizia a diventare tridimensionale, buchi, fessure, camini e cenge iniziano a formarsi man mano che sali, ti infili dentro il ventre della montagna, ti lasci inghiottire, a volte in fessure talmente grandi che scompari dalla visuale di chi ti guarda, inizia il viaggio…

17-18-19 Novembre 2021

Abbiamo organizzato l’arrampicata di The Nose nel minimo dettaglio, stando ad informazioni raccolte da amici e climber locali l’arrampicata è lenta e faticosa, soprattutto per noi europei non avvezzi a questa arrampicata, così abbiamo programmato la salita in tre giorni con due bivacchi in parete. Le giornate sono corte in questa stagione, vogliamo sfruttare ogni minuto di luce muovendoci veloci quindi dopo un brevissimo avvicinamento con le lampade frontali siamo all’attacco della via con le prime luci dell’alba. In parete ci sono diversi luoghi relativamente comodi per bivaccare, non ci siamo portati la portaledge e quindi abbiamo dei punti precisi da raggiungere ogni sera.

È la prima volta su una cosiddetta big wall, quindi con un saccone pesante al seguito, necessità di paranchi per issarlo in sosta ed uno stile di arrampicata totalmente nuovo. Abbiamo una discreta esperienza di arrampicata in granito, dal Monte Bianco alla Patagonia, ma El Capitan non è semplicemente un granito diverso (più liscio e scivoloso) è anche un insieme di aspetti nuovi come pendoli da venti metri per saltare da una fessura all’altra, camini terrificanti senza protezioni da sosta a sosta, sezioni di arrampicata artificiale e molto altro.

Nonostante questo, o forse proprio grazie all’insieme di questi aspetti sfidanti, la determinazione e la concentrazione ci fanno procedere veloci e per lo più in arrampicata libera, con qualche tiro che ci entra a vista e carica gli animi per i tiri successivi. Teniamo sempre d’occhio l’orologio, sappiamo che il sole si muove veloce dietro di noi.  Raggiungiamo El Cap Tower con grande anticipo, abbiamo ancora qualche ora di luce davanti a noi, da un lato vorremmo approfittarne e provare ad andare avanti, ma l’incognita di dover trascorrere la notte appesi perché non raggiungiamo la piccola cengia dove sdraiarci per dormire ci fa titubare e così ci limitiamo a fissare la corda sul tiro successivo in modo da salirlo in velocità con le jumar la mattina successiva e goderci un po’ di relax per la sera.

La prima giornata di scalata è andata alla grande e a ritmo spedito, salvo un piccolo incidente di percorso: su un tiro in traverso il saccone non viene accompagnato a dovere e si ritrova a sbattere a velocità decisamente troppo elevata contro un diedro sulla verticale della sosta successiva.

Risultato: una tanica da quattro litri esplode dentro al saccone e la borraccia attaccata sotto si rompe e scompare nel vuoto. Non ci lasciamo scoraggiare dall’incidente di percorso, di cui verificheremo l’entità solo una volta raggiunto il bivacco perché svuotare un intero saccone appesi in sosta non è affatto semplice! Arrivati alla cengia da bivacco scopriamo che oltre ai 5 litri persi il sacco a pelo e il materassino sono inzuppati di acqua. Ci guardiamo negli occhi, l’idea di scendere dura forse un secondo dentro le nostre teste, ci capiamo al volo, piuttosto patiremo la sete e dormiremo al freddo ma non vogliamo abbandonare, siamo andati troppo bene fino a qui!

La prima notte al Cap Tower ci lascia a bocca aperta: siamo su una terrazza di sei metri per due, perfettamente orizzontale, completamente soli e con la luna piena.. Non potremmo chiedere di meglio!

Il secondo giorno ci dà la sveglia con tutti quegli aspetti che potremmo definire “originali” dell’arrampicata su El Cap. Un bel camino che è “solo” 5.8 ma che non puoi proteggere quindi del numero sulla carta proprio non ci interessa, una sequenza di artificiale, il Boot Flake che è quanto di più strano incontrato finora (un pendolo di 20 metri con successiva scalata di altri 20 metri verticali senza poter inserire protezioni così che il secondo possa fare una specie di tyrolienne direttamente sulla sosta successiva), ed i famigerati tiri del Great Roof e del Pancake Flake, dove pensare a chi è passato per queste lunghezze di corda e a chi soprattutto è riuscito ad affrontarle in arrampicata libera.. Fa venire i brividi! E’ simpatico che ogni tiro degno di nota (il ché vuol dire praticamente tutti) ha un nome proprio, come se ogni tiro fosse una via a sé.

Dopo esserci goduti il nostro ritmo e la nostra solitudine in parete, non potevamo che sperimentare anche il famoso affollamento di El Capitan. Prima una forte cordata che scala la via in giornata e che giustamente ha bisogno di superarci, si blocca proprio davanti a noi perchè gli si incastra la corda in avanzo mentre procedono in simultanea e senza il nostro aiuto provvidenziale sicuramente avrebbero rallentato la loro tabella di marcia di non poco, e poi.. La prima cordata islandese della storia! Bello a dirsi, non altrettanto a trovarcisi letteralmente bloccati sotto per tre lunghezze di corda perché questo ha significato impiegare un paio d’ore a tiro (di cui un’ora fermi in sosta ad aspettare), scalare col buio e condividere il Camp VI per la notte, dove va bene la condivisione in parete e tutti questi discorsi qua ma.. Parliamo di un piccolo quadrato di roccia inclinato! Per non parlare della dimensione dei loro sacconi e della quantità di bottiglie di plastica da litro appese sotto, che occupavano solo loro il posto di due persone! E dopo questa “piacevole” notte, svegliarsi con il Changing Corner da scalare prima del sorgere del sole… Insomma, è tutto parte del gioco che abbiamo scelto di giocare!

Dopo due giorni e mezzo di scalata il più possibile in libera, acrobazie circensi, bivacchi su posti incredibili, e 4 litri d’acqua ancora nel saccone a mezzogiorno siamo in cima ad El Cap, a dir poco contenti e, come direbbero alcuni amici, “con il gaso a mille”! Senza nessuna fretta, ci godiamo il momento ed urliamo come fanno questi pazzi americani nelle vesti degli “stone monkeys”… Abbiamo realizzato un sogno!

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