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Ande- Questione di equilibrio

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Climbing The American Dream: Salathè Wall

CLIMBING THE AMERICAN DREAM – PART 2:
SALATHÈ WALL

È assolutamente vero che l’arrampicata è una droga e che ognuno di noi ha le sue forme di dipendenza, più o meno sane. L’arrampicata poi si sfaccetta in tante tipologie e quando provi qualcosa di nuovo… Ti serve qualche giorno per recuperare ma subito hai bisogno di un’altra dose.

È da poco tramontato il sole, stiamo sorseggiamo la meritata birra post The Nose all’interno del nostro van a noleggio, stanchi e sporchi da tre giorni in parete, Silvia esce per andare al bagno ed io rimango qualche minuto da solo, immerso nei miei pensieri. Affianco a me la guida di arrampicata della Yosemite Valley, la apro, il fermaglio ancora sulle pagine di The Nose, ripercorro veloce con gli occhi tutto lo schizzo, dalla base alla cima… WOW!

Sfoglio qualche pagina e mi soffermo sulla relazione della Salathé Wall, un’arrampicata ancora più lunga, fisica e faticosa, forse sarà per la prossima.. Silvia rientra nel van:
– “Che guardi?”
– “Bah niente, la relazione della Salathé…” (rido).

Quante volte abbiamo sognato questa parete e le sue linee, siamo qua una volta nella vita (per ora..!), le condizioni meteo sono perfette, non ci pensiamo un minuto di più, e mentre stappiamo la seconda birra stiamo già organizzando la salita della Salathé Wall!

La logistica di questa via richiede un giorno in più se ci si vuole agevolare issando il saccone alle cosiddette Heart Ledges, per le quali troviamo fortunatamente le corde fisse in loco. Questa operazione ci permetterà di scalare Freeblast, cioè i primi dieci tiri della via senza saccone al seguito e procedere così molto più veloci godendoci l’arrampicata senza stress. Per il resto, il conteggio di acqua, cibo e materiale essenziale già ce l’abbiamo pronto, basta aggiungere un giorno alla tabella di marcia.

Ci incutono un po’ di timore le misure grandi dei friend che su The Nose non erano necessarie ma che qui sembrano essere ricorrenti: C4 #5, #6 meglio se doppiati.. Beh, noi doppi non ce li abbiamo quindi il dubbio non si pone! I racconti di amici e i suggerimenti di alcuni arrampicatori locali al parcheggio di El Cap Meadow (punto di ritrovo di tutti gli appassionati della Yosemite Valley), ci mettono in guardia sulla lentezza dell’arrampicata di questa via e sull’obbligatorietà di muoversi disinvolti nelle famigerate fessure offwidth (fuori misura). Ancora una volta, questa nomea di mistero e al tempo stesso di difficoltà, è la chiave vincente per farci affrontare la via con grinta e determinazione!

Un paio di giorni di riposo, durante i quali lavarsi i capelli sul lavandino dei bagni pubblici, gustarsi un pasto fresco e realizzare che la temperatura in parete è decisamente più gradevole rispetto al gelo polare che avvolge invece il fondo valle e siamo di nuovo in parete.

Il primo giorno i tiri non sono estremi e permettono quasi tutti di scalare veloci ed in libera. La prima sequenza di offwidth ci scorre via con successo, meritano di menzione il famoso Hollow Flake dove dopo un faticoso pendolo ti infili controvoglia in una stretta fessura in cui posizionare il friend #6 a circa un terzo della lunghezza e poi è meglio lasciarlo lì perché diventa ancora più larga; The Ear, che è letteralmente un orecchio di roccia appoggiata sulla parete e dove per fortuna avevamo già fatto pratica di “squeeze” su Astroman, altrimenti.. Chi si infilava là dentro! Ed il successivo tiro di artificiale: 45 metri di fessura diritta, scalata durante il tramonto e che ci ha fatto arrivare in sosta con le frontali accese nel buio più totale, durante il quale il tempo sia in sosta sia per chi scalava si è letteralmente fermato! Ma poi, il bivacco tanto atteso, The Alcove, il silenzio della parete ed un pasto caldo condiviso seduti sotto ad un mare di stelle.

Il giorno successivo la scalata si fa decisamente più lenta, siamo su difficoltà più sostenute ed impieghiamo più tempo e fatica del giorno precedente, il sole batte in parete più di ieri e ci fa arrivare ad ogni sosta con testa e piedi fumanti… È il giorno del Teflon Corner, dell’Enduro Corner, di The Roof e della Headwall.

Ho ancora addosso la sensazione di stanchezza provata sulla fessura svasa dell’Enduro Corner, il vento che poco dopo inizia a soffiare mentre assicuro Silvia alle prese con l’esposto Roof e la luce incredibile del tramonto che batteva sulla Headwall. Anche questa volta l’ultimo tiro è illuminato dalla luce della lampada frontale, per questa notte la camera con vista è la Long Ledge: siamo a quattro tiri dalla cima, ma ormai è buio da un paio d’ore, la stanchezza si fa sentire e questa cengia lunga otto metri ma larga cinquanta centimetri, totalmente sospesa nel vuoto, è troppo spettacolare per non fermarsi a dormire! Sembra di toccare il cielo, un cielo incredibilmente nero e pieno di stelle.

La mattina successiva partiamo con gran calma e scaliamo gli ultimi tiri che ci separano dalla cima, verso le 10 del mattino del terzo giorno siamo di nuovo in cima ad El Cap, veramente stanchi, ma altrettanto felici e svuotati. Anche questa volta siamo stati più veloci del previsto ed abbiamo avanzato ben otto litri di acqua ed un bivacco in meno rispetto a quanto programmato.. Non possiamo certo dire che la fortuna non sia stata dalla nostra parte!

Mentre scrivo questo pezzo per gli amici di Ande sono ormai immerso da un pò in quella che è la stagione invernale come Guida Alpina qui in Dolomiti, una stagione sicuramente non delle migliori come condizioni per le nostre attività e che sembra partire a singhiozzo. Nonostante questa situazione assorbisca gran parte del mio tempo e delle mie energie per provare a far quadrare tutto la mia testa frulla impazzita piena di idee, progetti e pareti da scalare in un futuro spero non troppo lontano. Chissà, magari un giorno ci rivedremo di nuovo lì, alla base di El Cap!

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