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Ande- Questione di equilibrio

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In nave nel Mare di Groenlandia

IN NAVE NEL MARE DELLA GROENLANDIA

ARTICOLO DI JACOPO PASOTTI

Nato in una città di pianura, sono cresciuto con una insana attrazione per la montagna. Ma anche per il mare. Dicono che ho avuto sempre una passione per tutto tranne che la pianura, a cui però, di fatto, appartengo.

L’attrazione per gli ambienti più estranei alla città, nutrita da vecchie riviste del National Geographic trovate a casa di amici di famiglia o parenti, con quei reportage fotografici dai colori caldi perfino nelle tempeste di neve polari. Così, ho deciso presto che avrei solcato il circolo Polare Artico per conoscerne l’ambiente e le comunità umane. Erano gli anni in cui sognavo le mete impossibili proposte dalla estinta rivista ALP (o da Airone, anch’essa una rivista estinta). Ed erano gli anni in cui Ande nasceva e cercava una propria nicchia nel mondo degli appassionati di attività di montagna. Proprio in quel periodo cresceva la frequentazione degli ambienti naturali. In quegli anni, insomma, ero uno di quei pochi adolescenti di città che scappava appena poteva da viali e stazioni del metrò. Ma che sognava anche di oltrepassare il circolo polare artico, e visitare gli ambienti dei pionieri della esplorazione polare.

Poi tutto questo è successo, e in più occasioni, tra missioni in Antartide proprio per il National Geographic ed altre per documentare diverse storie nell’Artico, attraverso racconti per i quotidiani o fotografie per diversi media. O perfino come guida per i cosiddetti viaggi-avventura. Dall’Alaska ai confini con la Siberia.

Nella estate del 2021 però è capitato qualcosa di inatteso: ho partecipato ad una campagna oceanografica nel Mare di Groenlandia. Certo, la campagna era ben sopra il Circolo Polare Artico, ma era una modalità di viaggio che non avevo ancora conosciuto: a bordo di una nave da ricerca, la rompighiaccio Laura Bassi dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) di Trieste ho attraversato il braccio di Oceano Atlantico che separa le isole Svalbard dalla Groenlandia.

Ad alcuni l’idea di stare in mare per due settimane, a giorni di navigazione lontano dal primo porto accessibile, pare un incubo più che una opportunità. Come del resto ad altri pare un incubo camminare per cinque giorni in un deserto di montagna in Pakistan per raggiungere il campo base del K2. Per alcuni di noi, invece, ogni opportunità per mettersi alla prova, per vivere una esperienza piena di incognite è una opportunità da non perdere. Mai.

E questo anche se poi ho scoperto che l’onda dell’Atlantico è assai più lunga di quella del Mediterraneo (e che quest’onda ti riduce ad uno zombie per un giorno intero). Anche se poi mi sono trovato con la macchina fotografica su un ponte perennemente bagnato o per gli spruzzi sollevati dalla chiglia della nave, o dalla pioggia, circondato da niente altro che mare, mare, e ancora mare per giornate intere. Anche se poi il lavoro di documentazione è ripetitivo, come ripetitivo è il lavoro di scienziati e scienziate che raccolgono campioni di acqua, di fango raccolto nei più profondi abissi del Pianeta, o di plancton. Ecco, anche così, questa è una esperienza da non perdere.

Quando poi ho osservato l’eco scandaglio che mostrava il fondale e le sue forme, e quindi il percorso della nave dalla placca continentale Euroasiatica alla placca Nord Americana, sentivo rinnovarsi lo stupore di quando da adolescente leggevo delle campagne oceanografiche di note istituzioni americane che andavano a esplorare il buio pesto del fondale oceanico.

Dalle Svalbard, dopo aver osservato la scarpata continentale fondersi con la piana abissale oceanica a più di duemila metri di profondità, la nave ha raggiunto la dorsale oceanica, quella frattura che attraversa il Pianeta Terra dal Polo Nord fino a sfiorare l’Antartide. Poi la ha superata, il cosiddetto multicorer ha toccato i 3800 metri di profondità, e ha raccolto un campione di fango nel punto più profondo del Mare di Groenlandia. La nave ha proseguito e mentre le temperature calavano per la sempre più vicina calotta groenlandese, ha poi raggiunto la scarpata continentale della Groenlanda e nel giro di poche decine di miglia marine il fondale è passato da migliaia di metri a neanche duecento metri di profondità: la Groenlandia era proprio di fronte a noi.

Io ero fuori ogni volta che potevo, sul ponte della nave o tra i piedi dei ricercatori, immerso nella nebbia e nei fiocchi di neve bagnata che il vento della Groenlandia ci mandava in saluto. E ci invitava a lasciare, con rispetto, queste acque, da cui dipende molto del futuro climatico delle nostre città in Europa.

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